Definisco l’idea

  • – Durante ogni attimo della tua esistenza, corre nel parallelo un’incognita che senza preavviso può “rivoluzionarti” l’immediato domani. Quest’incognita è “padron destino”, un padrone che tutti noi abbiamo ma che nessuno conosce. Quando decide d’agire è imperativo e non concede possibilità di replica !!! –
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  • Anticipato questo, a me il destino ha riservato un futuro da invalido su sedia a rotelle. Il passato da sportivo, con risultati di assoluto valore, mi ha insegnato a muovermi per obiettivi e far fronte a tutte le difficoltà. Ma sono impreparato a questa nuova condizione fisica e mi blocco. Cerco continuamente nuovi obiettivi, ma passo buona parte dei giorni senza stimoli e vivo passivamente un calendario che svolge le sue pagine. Durante queste ricerche, conosco una ragazza che mi affascina e corrisponde il mio affetto, facciamo un periodo di convivenza e poi ci sposiamo. Trasferitomi nella città di Piacenza, faccio nuove conoscenze e mi chiamano per allenare la squadra di football americano locale che milita in serie B. Ma passati pochi anni, decido per la separazione con divorzio e lascio la città di PC per tornare a PR.
    Nel frattempo entro nel nuovo millennio ed ancora sono alla ricerca di stimoli.
    L’inattività fisica e l’ozio di questi primi anni da disabile, mi portano ad uno stato atletico che non accetto e così torno a frequentare palestre di fitness. Passo diverso tempo nel tonificare i muscoli e casualmente, nel maggio 2006 vista la mia mole, un conoscente mi propone di provare quella nuova disciplina sportiva chiamata handbike. Allora ho pensato che un vero e costante esercizio aerobico, sia la più salutare e meno invasiva soluzione per migliorare la propria condizione. Il primo impatto è stato veramente imbarazzante, tanto da valutare se voler continuare, ma la competizione ed il mai abbandonato agonismo sportivo, mi convincono ad andare avanti. Cavolo.., ero pur sempre un ex campione d’Europa e qualcosa andava dimostrato.
    Il viaggiare su strade panoramiche senza l’obbligo di guidare un’auto mi ha fatto risentire come parte attiva di una natura che vive ed anche questo ha incentivato la scelta. Così poco alla volta riesco a prendere confidenza con la bicicletta e decido di correre delle maratone.
    Unici ostacoli per questi nuovi e sconosciuti sforzi, il mio peso di 107 kg ed una notevole forza ma con troppo poca resistenza. Come aiuto per entrare in forma con criterio, mi affido ad un preparatore ciclistico che mi sottopone a test, mi allena e corro le mie prime maratone con soddisfacenti esiti. Comunque riuscire a primeggiare sarebbe pur sempre stata un’impresa difficile se non impossibile, quindi prendo coscienza con le mie reali possibilità e ridisegno un quadro di fattibili traguardi.
    All’inizio dell’autunno 2007 entro in una fase di ottima forma.
    In questa fase però, torna a bussare alla mia porta il “padron destino” che decide per un altro stop. Ma determinato a non lasciare incompiuta l’opera di rigenerazione aerobica non mi perdo in rinunce e/o sconforti. Ricoverato in un ospedale a Milano per l’asportazione di un tumore risultato maligno, dopo una quindicina di giorni dalle dimissioni porto a termine la maratona di Carpi edizione 2007. L’amico preparatore mi accompagna per tutta la gara ed alla fine mi dice:
    – “oggi hai fatto un qualcosa di incredibile. Non tanto perché hai fatto tutta
    una maratona, ma per come l’hai fatta” –
    Allora valuto nuovamente gli sforzi coi sacrifici passati e riprendo col da farsi. Di conseguenza mi appassiono anche alle varie discipline ciclistiche e chiedo ai più esperti quante più notizie possibili. Vengo così messo a conoscenza della “RAAM” (race across America), forse la più estrema e massacrante competizione che un ciclistica possa tentare, perché si deve attraversare tutta l’America in un’unica ed estenuante tappa cost to cost di 5000 km circa nel minor tempo possibile. Da regolamento, non ci si qualifica se si arriva al traguardo passate 48 ore dal primo ed il primo di solito impiega 8 o 9 giorni. Poi, in una delle tante serate passate davanti la TV, vedo il film Forrest Gump con Tom Hanks e qui ho avuto l’illuminazione.
    Perché non dare una svolta alla mia disabilità?
    Perché non tentare un’avventura che mi impegni anima e corpo?
    Perché non avere un obiettivo importante?
    Sicuramente non farò nulla di estremo. Ho già trascorso troppi fastidi, noie e problemi senza doverne cercare di nuovi. Ma comunque dovrà pur sempre essere un traguardo impegnativo ed unico nel mondo della disabilità. Così abbozzo l’idea di attraversare l’America in solitaria. Valuto aiuti, pro e contro e modifico l’idea iniziale con un nuovo progetto. Quindi ecco la definitiva idea “on the road”:
    – “Vado in America, salgo sulla mia handbike e percorro tutta la US Route 66 che dal centro di Chicago (Illinois, USA), arriva al molo di Santa Monica (Los Angeles, California) per un totale di 3.755 km. ” –
    A gennaio 2008 la svolta.
    Il desiderio di fare l’impresa diventa un chiodo fisso, un’ossessione, un fermo obiettivo. Stilo un programma di massima dove valuto eventuali sponsor, preventivi, assistenza, clima, date, ecc. e mi documento in internet sulle difficoltà del percorso. Poi penso alle tante persone che si indebitano per comprarsi un’auto e mi convinco che se non trovo sponsor o aiuti economici, farò dei debiti per finanziare il mio sogno.
    Faccio questa brochure di presentazione ed infine ne concludo che:

– “L’IMPRESA E’ FATTIBILE ED IO LA PORTERO’ A TERMINE NEL 2009” –

 

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